venerdì 26 ottobre 2007

Pixar!


Quando l'animazione digitale diventa arte e raffinatezza il resto fatica a emergere.

Non solo per mancanza di idee dalle altre compagnie, ma soprattutto perchè il team di animatori è affiancato da degli ottimi sceneggiatori. Senza una buona storia, i disegni non bastano.

L'ultimo gioiellino dell'anno si chiama: "Ratatouille", ambientato in Francia dal tema assai appetitoso: la cucina. Il protagonista del film è Remy, un topolino speciale, amante delle buone cose, da mangiare ovviamente, in special modo quelle raffinate. La storia è davvero unica, riesce a divertire sempre, ovviamente intrise di una morale di fondo, l'universalità dell'amicizia.

Essere documentaristi oggi...

Cosa significa oggi, documentare?
E' un pò il mio interrogativo di questi mesi, visto che ho da tempo preso la strada del filmaker a tempo libero. Dopotutto siamo continuamente bombardati da scatolette audio-visive, che nel bene o nel male ci raccontano testimonianze, momenti drammatici, anchce comici della nostra esistenza.

Nel 2004 io e Gabriele abbiamo pensato di entrare in contatto con la comunità tibetana, scossi da quella realtà di soprusi e passione. La sopraffazione dei tibetani coesiste perfettamente con lo spirito religioso, in questo caso Buddhista, del popolo delle nevi. Perchè non mostrare la realtà spirituale con quella più aggressiva e meschina della Cina?
In mente ho un progetto chiaro, sensibile, ma scosso continuamente dall'esterno, la realtà che ci circonda è intrisa di soprusi e violenza. Perchè proprio il Tibet?

Quando c'è stata la rivolta in Birmania ho pensato alle dure violenze mosse dalla dittatura.
Quando quel bambino in Cambogia è stato stuprato ho pensato all'uomo debole spinto dal sesso.
E in Italia? Quante aggressioni ci sono ogni giorno?
In fondo, la vita che ci circonda viene continuamente mostrata; una violenza incessante, per me nauseabonda, spesso poco interessante.
C'è davvero bisogno di un documentario sul Tibet? In fondo ce ne sono tanti.

Allora cerco di guardare meglio le mie spinte, la causa che m'ha portato a scegliere quello piuttosto che qualcos'altro.
Non la trovo. Sto cercando la giustificazione per usare un mezzo: la cinepresa.

Un documentarista ha l'esigenza di raccontare, sviluppare una storia, ma soprattutto di viverla.
Mi rendo conto di non vivere la realtà tibetana. Non è andare cinque/sei volte all'anno a far riprese che fa di me una persona capace di raccontare il Tibet.
Penso che ci sia la volontà, forse un'esigenza personale, ma solo nel momento del viaggio, della scoperta, riuscirò (riusciremo) a capire se questo lavoro ci interessa.

Emilz.

giovedì 25 ottobre 2007

Serie-tv

E' innegabile, i serial tv, maggiormente quelli di stampo americano, stanno prendendo il sopravvento sul mercato televisivo... e non solo. La cosa non mi dispiace, perchè permette una scelta maggiore e una vasta gamma di generi per tutti i gusti.
C'è da dire che il "boom" dei serial-tv in un certo senso non è mai scemato; guardando al passato molte sono le produzioni che rivivono tutt'ora sulle nostre reti, senz'altro forti di un'interesse non morto, anzi rinvigorito, nostalgico.
Mi piacerebbe concentrarmi maggiormente sulla nostra epoca. L'epoca del segnale in alta definizione, l'epoca dalle immagini rapide e incessanti. Qualitativamente un risultato "quasi" cinematografico, difatti in molti ripropongono delle "puntati speciali" nelle sale. E' successo per la serie-tv per eccellenza Star Trek o per X-Files.

Ho iniziato a riscoprire le serie-tv con l'interessante cittadina di Wisteria Lane "Desperate Housewives". Personaggi caratterizzati molto bene, con momenti divertenti e altri piuttosto drammatici. Ha fatto capolino poi la serie che più mi piace, forse un pò paracula: "Lost".
Tensione, dramma, suspance, ingredienti solidi. Certo in tre anni (tra poco 4) di puntate su puntate qualche cosa in più sul negativo dovrei dirla, ma la tengo per me, perchè dopotutto mi tiene incollato allo schermo e mi diverte.

Una delle serie passate che più mi piace rivedere sono i Visitors. Certo con l'occhio di oggi alcune cose sono molto buffe, però all'epoca mi garbavano molto, inquietandomi non poco.

Questa è la mia top-five delle serie-tv che hanno lasciamo un segno nel mio interesse:

1. Lost
2. Desperate Housewives
3. X-Files
4. I Visitors
5. Hazzard (Bo & Yuk)

Ho tralasciato molte serie mitiche degli anni '80 tra cui: A-team, Chips, Magnum P.I. ecc. ecc.

Per il momento sto recuperando:
Twin Peaks
Weeds
Battlestar Galactica

Ho mollato Desperate Housewives perchè si stanno un pò ripetendo, affondano il coltello sempre sulle stesse cose e non vorrei rovinare il buon ricordo dei primi due anni.
Per il momento è tutto.

sabato 20 ottobre 2007

Alcuni dei miei film preferiti divisi per genere...

Guerra:
1. APOCALYPSE NOW di Francis Ford Coppola
2. IL CACCIATORE di Michael Cimino
3. LA SOTTILE LINEA ROSSA di Terrence Malick
4. I SETTE SAMURAI di Akira Kurosawa

Fantascienza:
1. STAR WARS - UNA NUOVA SPERANZA di George Lucas
2. 2001 ODISSEA NELLO SPAZIO di Stanley Kubrick
3. E.T. di Steven Spielberg
4. INCONTRI RAVVICINATI DEL 3°TIPO di Steven Spielberg
5. IL SIGNORE DEGLI ANELLI di Peter Jackson (fantasy)

Drammatico:
1. QUALCUNO VOLO' SUL NIDO DEL CUCULO di Milos Forman
2. ANCHE LIBERO VA BENE di Kim Rossi Stuart
3. LADRI DI BICICLETTE di Vittorio De Sica
4. C'ERA UNA VOLTA IN AMERICA di Sergio Leone
5. ARANCIA MECCANICA di Stanley Kubrick

Azione:
1. IL PADRINO di Francis Ford Coppola
2. PULP FICTION di Quentin Tarantino
3. QUEI BRAVI RAGAZZI di Martin Scorsese
4. OLD BOY di Park Chan Wook

Orrore
1. SHINING di Stanley Kubrick

Commedia:
1. LA GRANDE GUERRA di Mario Monicelli
2. TROPPO FORTE di Carlo Verdone
3. IL MARCHESE DEL GRILLO di Mario Monicelli
4. UNA VITA DIFFICILE di Dino Risi
5. NON CI RESTA CHE PIANGERE di Massimo Troisi & Roberto Benigni

Animazione:
1. LA SPADA NELLA ROCCIA
2. LA CITTA' INCANTATA di Hayao Miyazaki
3. MONSTER & Co.
4. TOY STORY

Vari:
1. LA FINESTRA SUL CORTILE di Alfred Hitchcock

2. L'APPARTAMENTO di Billy Wilder
3. DERZU UZALA di Akira Kurosawa
4. L'UOMO CHE NON C'ERA di Joel Coen
5. MULHOLLAND DRIVE di David Lynch

Questi sono alcuni dei miei film preferiti, indiscussi capolavori per molti.
Tra questi però, quello che ritengo più vicino alle mie corde è Apocalypse Now, diciamo IL mio film preferito. Senza dubbio quello che mi ha scosso maggiormente.
Comunque ho messo quelli rappresentativi, altrimenti sarebbero molti di più, a cominciare dai nostri italiani: Fellini, Pasolini, Visconti ecc. ecc.

lunedì 15 ottobre 2007

Infelicità.

C'è una ragazza, scrive quotidianamente sul suo blog. Racconta la sua vita, è depressa, infelice, vuole fare altre cose però non ci riesce. Per poter star bene ha bisogno di fare altro, perchè vede intorno a sè tanta banalità, compresi i suoi genitori. Dice chiaramente che si droga, non una droga leggera, anzi. A volte testimonia che preferirebbe morire, anzichè continuare quell'inutile vita. C'è tanta infelicità, mentre a sprazzi si sente lucida e rinvigorita da chissà quale forza.
Io mi domando se non sia proprio la droga a provocare questo malessere e depressione, o magari a incrementare uno stato d'animo di per se già dimesso. Non è facile rendersi conto della pericolosità di un gesto abitudinario, quando ci sei dentro niente è come prima. Se i suoi genitori sono distanti sia psicologicamente che materialmente la condizione di questa ragazza presumo possa solo peggiorare. Lei cerca di richiamare l'attenzione di qualcuno e quando vede di non riuscire inizia a fare la vittima del sistema. E' un classico atteggiamento, purtroppo, già visto in altre occasioni. Siamo circondati da malessere, ma se siamo noi stessi a nutrirci di questo malessere come possiamo essere lucidi di fronte ai nostri problemi, le nostre necessità? Rischiamo di perdere il senso della nostra vita.

Cambiare non significa accettare la propria esistenza e adagiarsi agli altri, oppure cercare qualcosa di diverso in un'altra città. L'aria potrà cambiare, ma se non si ha ben chiaro cosa siamo e cosa vogliamo tutto diventa complicato.

sabato 13 ottobre 2007

Persone...

Vediamo un pò. Non è che ami molto fare classifiche sulle persone però mi piacerebbe inserire quelle che hanno suscitato in me interesse, quelle che m'hanno fatto riflettere, sia nel bene che nel male. Sono persone più o meno note, dipende dai casi. Ovviamente tralascerò quelle di tutti i giorni, anche se meriterebbero la stessa attenzione.

1. Jiddu Krishnamurti
- Per molti quello che dice potrà sembrare utopia, ma per me ha significato un drastico cambiamento, una rivoluzione interiore. Quando ho letto i suoi primi libri ero piuttosto scettico, invaso dal dubbio, dalla presunzione d'aver capito gran parte delle cose.
Le sue parole agiscono pian piano, senza uno scopo ben preciso. Lasciarsi fotografare in perenne ascolto è gioia. Nel verso senso della parola.

2. Tiziano Terzani
- L'ho già detto, ma Tiziano è stato un grandissimo giornalista prima, bellissimo uomo dopo.
Ha un carisma eccezionale, non dice cose scontate, anzi, ancor oggi, i suoi saggi sull'Asia, sono attualissimi e interessanti. Ha viaggiato per mari e monti, riuscendo pian piano a carpire molto della vita. Il suo primo libro che lessi fu alquanto "doloroso", quando si giunge alla fine, vien da piangere.

3. J.R.R. Tolkien
- Sembrerà strano, ma io quest'uomo l'ho adorato. Innanzitutto riuscire a creare un'opera di un genere piuttosto sconosciuto agli inizi del novecento fa di questa persona un grande letterato, attento osservatore di quello che succedeva in quegli anni, partecipò al primo conflitto mondiale, riuscendo a racchiudere le sue passioni in un mondo "alternativo", oggi molto esplorato.
Grandissima mente.

4. Akira Kurosawa, George Lucas, Francis Ford Coppola, Martin Scorsese, Steven Spielberg, Peter Jackson...
- Okay, qui sono stato un pò scorretto. Però questi nomi sono coloro che m'hanno fatto amare il cinema. Certo, negli anni sono riuscito a farmi un'idea più chiara e precisa di alcuni di loro. Io li racchiuderei in un'unica categoria, quelli che ti fanno passare un paio d'ore a sognare di costruire storie. Hitchcock, Leone, Fellini, Pasolini, Rossellini, De Sica, Lars Von Trier, Brian De Palma ecc. ecc. Inserisco in questa lista anche gli attori va, così non mi ripeto. Furbetto, eh.
Alberto Sordi, Carlo Verdone in primis.

5. Palden Gyatso
- In verità non conta nulla che sta al quinto posto, quest'uomo non può avere un piazzamento.
Ho avuto la fortuna di incontrarlo dopo aver letto il suo libro "Tibet, il fuoco sotto la neve", beh ne ha passate di tutti colori sotto la repressione cinese e io lo ammiro molto, sia per il coraggio che per la sua passione, durata tutta la vita. Si può solo imparare.

6. Autori Bonelli
- E' da quando ho 13 anni che leggo fumetti Bonelli e molti degli autori dei tanti albi che posseggo hanno influenzato positivamente la mia fantasia. Certo, alcuni li avrei strozzati con le mie mani, ma altri, tanto di cappello! Luca Enoch, Claudio Nizzi, Carlo Ambrosini sono quelli che più mi piacciono.


Per il momento mi fermo qui. Sembrerà strano tralasciare nomi più significativi, magari più conosciuti sia della letteratura, dell'arte in generale, della filosofia, della psicologia.
Pian piano sto conoscendo altre persone che spingono un certo interesse. Saprò aggiornarvi.

Domande.

Certo, entrare ogni volta in questo blog e vedere quel povero ragazzo birmano ammazzato disteso su una tavola di legno è straziante. L'altra sera lo stavo guardando e mi sono venute in mente un pò di domande.

Chi era? Come si chiamava?
Cosa faceva nella vita?
Studiava? Lavorava?
Quanti anni aveva?
Aveva una ragazza?
Quali erano i suoi sogni, le sue passioni, i suoi desideri?
Cosa gli piaceva fare?

e poi inevitabilmente mi sono domandato...

I primi giorni della manifestazione, aveva speranza nel cambiamento?
Ho immaginato quello che stava provando.
Voleva la sospirata libertà, per lui ma anche per tutti gli altri birmani.
Allora ha deciso. Ha manifestato un suo pensiero, in piazza.
Magari tenendo per mano altri suoi amici.

Poi il caos.

Chi l'ha ucciso? Come si chiama il suo assassino?
Perchè ha scelto di diventare militare?
Quali sono i suoi ideali?
Cosa ha portato l'assassino a uccidere questo ragazzo?
Perchè ha premuto il grilletto?
Cosa sta facendo adesso l'assassino di questo ragazzo?
Quali sono i suoi sentimenti?
Prova rimorso? Si compiace del gesto?

Tante domande. Quante sono le storie del mondo.
Ciclicamente si ripetono, sempre diverse ma così uguali...

Emilz.

venerdì 12 ottobre 2007

Ho voglia di te.

Non ho voglia di scrivere, eppure lo faccio.
Ho voglia di installare leopard sul mac. Quando esce?
Ho voglia di fare un lavoro, qualsiasi esso fosse. A sto punto.
Non ho voglia di sentire gente che mi dice: ora ti chiama la RAI.
Ho voglia di lei.
Ho voglia di scappare.
Ho voglia di leggere gli ultimi due libri della saga "Le oscure materie".
Ho voglia di incontrare gente nuova.
No, non ho voglia di incontrare gente nuova.
Ho voglia di formattare questo computer del cavolo.
Ho voglia di finire il documentario sul Tibet.
Non ho voglia di sentire gente che racconta balle.
Non ho voglia di spolverare questa scrivania. Però tra due minuti lo faccio.
Ho voglia di ingrassare.
Non ho voglia di mangiare.
Ho voglia di voglia. Ehm?
Non ho voglia di sentire mia madre che mi chiama: Emiiii! Emiiiii!

Perchè uno c'ha sempre tante voglie?
1. Forse perchè non c'ha un cavolo da fare. Nel mio caso è una grossa possibilità.
2. Insoddisfazione?
3. Non riesco a fare quello che voglio. In parte sì, in parte no. Non è che mi posso lamentare.

Comunque le voglie sono desideri e dietro al desiderio si nasconte una piccola trappola.

venerdì 5 ottobre 2007

Calma piatta.

In Birmania la situazione sembra essersi stabilizzata a sfavore della gente.
I birmani dovranno convivere con la dittatura ancora per tanto tempo, io credo,
soprattutto con il caro benzina (+500%), una cosa impensabile.


Aspetta che t'arispetta il lavoro ancora non salta fuori, e tutto tace.
Aspettiamo.

Voglio giocare questa carta lor signori, posso?

giovedì 27 settembre 2007

Sparano a altezza uomo!

Decimo giorno di marce non violente nella capitale RangoonNelle strade anche migliaia di civili. Ucciso un fotografo giapponese.
Birmania: 9 morti, più di mille arrestiE' caccia ai giornalisti stranieri
Situazione drammatica. Sgomberati più di sei monasteri. La polizia spara ad altezza uomoSanzioni Usa contro il governo. Appello di Bush: "Chi può faccia pressioni sulla giunta militare"
Birmania: 9 morti, più di mille arresti E' caccia ai giornalisti stranieri".

RANGOON - Fonti ufficiali della giunta militare dicono nove morti, tra cui un fotografo giapponese, e un centinaio di feriti. Le voci che dalla capitale Rongoon riescono a superare divieti e censure, arresti, morte e black out forniscono numeri molto diversi. "Sparano nelle strade ad altezza uomo, chi riesce a vedere dai tetti dei palazzi parla di decine e decine di persone rimaste a terra" racconta un cooperante italiano contattato dall'agenzia Agi via e-mail. Decine e decine di morti, quindi, e destinati a restare senza nome. E poi centinaia di arresti. Nella notte passata sono stati rastrellati sei monasteri nei dintorni della capitale per un totale di almeno 850 monaci portati nelle carceri militari. Ma stanno finendo in carcere anche artisti, letterati, attori, tutti coloro che possono coordinare, animare e trascinare la protesta come l'attore più famoso del paese e il poeta Aung Way. Rangoon, il vero nome della capitale della Birmania che i militari nel 1989 fecero diventare Yangon e Myanmar (Repubblica ha deciso di non utilizzare più i nomi militari): quando sta per calare la sera del decimo giorno di protesta, la tensione resta alta e la situazione drammatica. "Sparano ad altezza uomo" - E' la testimonianza di un cooperante italiano che vive a Rangoon: "Il massacro è cominciato, i militari sparano ad altezza uomo sui manifestanti. Non sappiamo quanti siano rimasti a terra ma chi ha potuto vedere dall'alto dei palazzi parla di decine dedine di persone. I militari dai megafoni avvertono che sarà aperto il fuoco senza altri avvisi contro qualsiasi sbarramento". Questa, rilasciata all'agenzia Agi, la testimonianza più diretta da un paese molto al di là del coprifuoco. La repressione ha numeri che possiamo solo immaginare ma a cui possiamo collegare i volti impauriti, gli occhi persi, le teste rasate che si muovono in fretta, le tuniche color cannella e i piedi scalzi sotto la pioggia delle migliaia di monaci che dieci giorni fa hanno lasciato i conventi e sono scesi in strada per dire basta. Un migliaio di loro sono stati arrestati durante la notte, presi direttamenti dai monasteri e portati nelle carceri militari.
Spariti i monaci, oggi tocca ai civili -
Dopo i rastrellamenti notturni stamani i monaci non sono stati visti nelle strade occupate invece dai civili, un passaggio di testimonianza e di lotta assai più che simbolico. Una folla è stata dispersa con gli spari dalle parti della pagoda di Sule, uno dei due fronti della protesta. Più avanti, nella giornata, i soldati hanno nuovamente sparato contro 10 mila manifestanti. Almeno cento sono stati arrestati. Le cause della crisi - Quella della Birmania è una lunga storia di oppressione militare, almeno fin dal 1962 quando i militari presero il potere. Uno dei momenti pià drammatici è stato il 1988 quando la rivolta fu schiacciata con un bilancio di tremila morti. Questa volta, oltre alle ragioni di sempre, la causa della protesta è nell'aumento folle di beni di primo consumo come petrolio, diesel e gas naturale cresciuti dal 66% al 535%. Un aumento insopportabile per i livelli della popolazione birmana.
La repressione contro giornalisti e media -
Un fotografo giapponese è stato ucciso durante gli incidenti nei pressi della pagoda di Sule. Il Giappone, per protesta, ha richiamato subito a Pechino il suo ambasciatore a Rangoon. La polizia militare gira nelle strade a bordo di camion, indossa grandi foulard gialli ed è in tenuta antisommossa. Sempre nella zona della pagoda di Sule la polizia ha fatto irruzione nell'hotel Traders a caccia di giornalisti "travestiti" da turisti. I pochi reporters presenti in Birmania prima che scoppiasse la protesta sono stati allontanati. Nessuno riesce più ad entrare e le testimonianze dirette di quello che sta accadendo sono sempre più scarse. I militari infatti stanno chiudendo gli internet point e tagliando le connessioni veloci. Le accuse alla comunità internazionale - La situazione si complica anche a livello internazionale: nonostante le pressioni della maggior parte dei paesi, il Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite non ha preso alcuna decisione contro il regime militare birmano per i veti di Russia e Cina, entrambi con interessi commerciali molto forti in Birmania e con il regime militare. E molti si chiedono: perchè finora, dopo anni di regime, non è stato fatto nulla? Perchè questa tolleranza?
Le sanzioni Usa -
La Casa Bianca ha annunciato sanzioni contro i 14 membri della giunta militare, quelle che non è stato possibile decidere a livello di Nazioni Unite pe ri veti di Cina e Russia. Il presidente Bush ha chiesto che "le nazioni che hanno influenza sulla Birmania facciano pressioni sulla giunta militare perchè cessi l'uso della forza". Un messaggio a Mosca e a Pechino che hanno impedito una decisione delle Nazioni Unite. La Casa Bianca ha ufficialmente annunciato che l'amministrazione americana d'ora in poi userà solo i nomi Birmania e Rangoon invece che Myanmar e Yangon imposti dalla dittattura militare. Ma la protesta dei monaci cammina nel mondo - Carità e povertà: di questo vivono i 350 mila monaci buddisti birmani. Non hanno nulla, non temono nulla e per questo la loro protesta spaventa il regime. Si svegliano prima dell'alba, pregano, escono dai monasteri con la loro ciotola nera per chiedere offerte e poi tornano nei monasteri. Ora tutto il mondo li guarda e li ammira. E marcia con loro. L'Europa ha deciso sanzioni. In tante città, a cominciare da Roma, sono in corso manifestazioni e sit-in in cui la partecipazione è trasversale e bipartisan.
(27 settembre 2007)

martedì 25 settembre 2007

Dalle fiamme del Vietnam a Rangoon -Quando il buddismo diventa rivolta

Mi piacerebbe proporre questo interessante articolo sulla "rivolta" dei monaci in Birmania.
di BERNARDO VALLI (dal sito di Repubblica)
Dalle fiamme del Vietnam a RangoonQuando il buddismo diventa rivolta"
La folla di giorno in giorno sempre più gonfia (c'è chi ieri azzardava più di centomila persone) raccolta attorno a un plotone di teste rasate e a tuniche color zafferano nelle strade di Yangon. L'ex capitale del Myanmar (un tempo Birmania), ricorda a chi ha vissuto i drammi dell'Asia negli ultimi decenni tanti altri avvenimenti di cui i monaci buddisti sono stati i protagonisti. Il Buddismo conta da tempo numerosi fedeli in Occidente, ed è in netta espansione sia in Europa sia in America. Ma per il grande pubblico è spesso ancora una religione esotica che adora un saggio in meditazione, e, a volte, degli dei con tante braccia, in pagode con gli angoli dei tetti rialzati e dei guardiani severi. I più avveduti lo considerano una filosofia di rinuncia al mondo, o di serenità in un mondo senza dei. Rari, nel grande pubblico, nonostante la sua grande e rapida diffusione, non solo tra i giovani, sono coloro che considerano il Buddismo quel che esso via via è: vale a dire una regola di vita e un metodo di condotta del pensiero, una filosofia, un culto devoto, un rito, una gnosi di grande libertà, direi senza confini. C'è chi dice licenziosa. Ed è ancora di più. Esso si interessa a tutti i grandi aspetti dell'attività umana: dall'arte alla logica. I suoi seguaci hanno scavato, costruito, scolpito, dipinto e cesellato. E pochi hanno ragionato più di loro e criticato l'esperienza e la ragione. Questa mezza predica, che suona ai nostri giorni un po' semplicistica o antiquata, mi fu impartita anni fa in Viet Nam, a Saigon, quando alcuni bonzi si bruciarono sulla pubblica piazza.
Io osservai i poveri resti, carbonizzati, con orrore. Un paio di monaci si erano cosparsi di benzina e avevano acceso un semplice fiammifero, appiccandosi il fuoco. Al momento giudicai quel sacrificio, quel suicidio, un atto di fanatismo. Ma quel che accadde poi mi indusse ad essere meno drastico. Il Viet Nam non era un paese buddista. I buddisti erano pochi. I colonizzatori francesi avevano diviso sbrigativamente per l'anagrafe la popolazione in buddisti e cattolici. In realtà la maggioranza era dedita al culto degli antenati, ispirato dal confucianesimo. Ma le grandi ricorrenze erano celebrate nelle pagode, tenute dai monaci buddisti. La cui forte influenza si opponeva a quella del potente clero cattolico, irrobustitosi all'ombra del colonialismo ma percorso da un autentico nazionalismo. Un nazionalismo che si scontrava a quello comunista di Ho Chi Minh. In quel febbraio del 1962 Kennedy era da poco diventato presidente degli Stati Uniti e nel Sud Viet Nam abbandonato dai francesi (sconfitti a Diem Bien Phu otto anni prima) i consiglieri americani si moltiplicavano. Ed era in discussione l'invio di reparti combattenti per contenere e respingere la guerriglia guidata dal regime comunista del Nord. I Viet Cong erano inseguiti nelle risaie e sulle montagne dell'Annam dai primi elicotteri della cavalleria yankee, che precedeva il non lontano arrivo dei marines. Al potere c'era il cattolico Diem, un nazionalista autoritario, che reprimeva gli oppositori, dedicando una particolare attenzione alle pagode, ritenute centri di sovversione, infiltrati dai comunisti. In realtà i monaci erano dei pacifisti, ma il loro pacifismo si scontrava con il clero cattolico, in gran parte fuggito dal Nord comunista e quindi ansioso di ottenere una rivincita. I bonzi si erano bruciati sulla pubblica piazza, in pieno giorno, per protestare contro le angherie subite dal regime di Diem. L'onnipotente cognata del presidente Diem, la signora Ngo Dinh Nhu, chiamò l'immolazione dei monaci buddisti "una barbecue". Una definizione che scandalizzò anche la Casa Bianca, già inquieta per la corruzione e l'incapacità dei governanti di Saigon ai quali stava per dare un appoggio militare sempre più impegnativo. Cosi gli americani cominciarono a sostenere i generali sudvietnamiti che l'anno successivo avrebbero scalzato dal potere con un colpo di Stato il regime di Diem. Il sacrificio dei bonzi precedette l'assassinio di Kennedy, il quale provocò l'avvento di Lyndon B. Johnson alla Casa Bianca. E quindi l'inizio della vera guerra americana in Viet Nam, in sostegno dei generali golpisti che avevano cacciato dal potere il cattolico Diem. Quando Kennedy fu ucciso c'erano nel Sud della penisola indocinese 16.300 militari americani che in pochi anni arrivarono a mezzo milione. Ho pensato a lungo che i fiammiferi dei monaci buddisti avessero contribuito ad accendere il conflitto. Mi è capitato di cercare, invano, negli anni successivi, sul selciato di Saigon, l'ombra scura dei corpi carbonizzati ormai cancellata dal tempo. Certo, forzavo un po' il significato e l'importanza di quel sacrificio, che la storia considera un semplice episodio. E che io non giudico più da un pezzo un atto di fanatismo. Anche perché da allora, durante la lunga guerra, andavo spesso a trovare i monaci buddisti, i quali mi insegnavano con toni sommessi che la loro religione non è basato sull'orgoglio, sulla violenza e la potenza, ma sull'intelligenza e la concordia e la pietà. Budda, il fondatore scomparso venticinque secoli fa nel deserto villaggio indiano di Rumindei, dicevano, è ancora l'autore della rivoluzione spirituale e storica dell'Asia. Essi mi offrivano queste loro verità mentre il comunismo trionfava nella Cina di Mao e stava per sconfiggere il più potente esercito dell'Occidente nella Penisola indocinese. Pareva un dolce delirio. Il loro discorso mi sembrava in quegli anni molto simile a quello sul cristianesimo degli ultimi gesuiti ancora presenti in Viet Nam, prima del crollo del regime sudista e il trionfo di quello del Nord comunista. Quei discorsi, ripetuti nei nostri giorni, non sono più tanto deliranti nell'Asia del nuovo millennio. Vi furono altri sacrifici di monaci buddisti, in Viet Nam. Dopo quattro anni, i bonzi appoggiarono la rivolta degli studenti. E alcuni di loro scontarono lunghe pene di prigione. Prima in quelle sudiste e poi nei campi di rieducazione comunisti. Il Tibet è il teatro della grande tragedia buddista. A Lhasa due anni fa, mentre osservavo i pellegrini prostrati davanti al tempio di Jokhang, la mia guida, un giovane bonzo nato dopo l'annessione del paese alla Cina, non ha risposto alla mia banale e inopportuna domanda: "Come va con i cinesi?" Nessuno ci ascoltava ma era di pessimo gusto, come ignoto visitatore straniero, che io gli ponessi un interrogativo tanto rudimentale. Quasi provocatorio. Sono stato punito. Mi ha guardato dall'alto in basso e ha continuato a illustrarmi la storia del santuario vecchio di mille trecento anni. Insieme alle condizioni di vita, certamente migliorate sul piano economico, dopo anni di privazioni e di umiliazioni, il Tibet ha cambiato faccia. Non è più il paese che era prima di diventare una provincia autonoma cinese. Il buddismo ha perduto quella che considerava la sua patria. I Lama, come tutti gli altri tibetani rifugiatisi in India o in altri paesi, hanno potuto conservare le loro convinzioni, ma nel nuovo ambiente stentano a mettere le radici. Per i tibetani è crollata una struttura secolare. Per i buddisti in generale è stato come smarrire un punto di riferimento. Nella loro azione i bonzi birmani pensano al Tibet inghiottito dalla Cina? L'attivismo della grande comunità monastica non è nuovo. I monaci ebbero un ruolo determinante nella lotta per l'indipendenza dal colonialismo britannico, ottenuta nel 1948. E nel 1988 hanno partecipato ai cortei di protesta nelle strade di Rangoon, fino al colpo di Stato del 18 settembre. E hanno poi rifiutato le offerte dei militari alle pagode, dopo che i generali avevano ingnorato la massiccia vittoria della Lega Nazionale per la democrazia (LND) di Aung San Suu Kyi, alle elezioni del maggio '90. Consapevoli dell'enorme influenza dei religiosi, i generali hanno appesantito i controlli attorno alle pagode. E questo, insieme ai generosi regali, avrebbe ammansito non pochi vecchi monaci influenti. Non è dunque l'insieme della comunità religiosa che è scesa per le strade. Nel cuore della folla ci sono i giovani bonzi. Le cui rivendicazioni vanno ormai oltre le scuse chieste in un primo tempo al regime per gli atti di violenza commessi dai militari all'inizio del mese. Il movimento religioso si è saldato con quello politico e chiede un cambio di regime. Come in tanti altri momenti della storia asiatica, il buddismo non è più soltanto la religione della meditazione. (25 settembre 2007)

lunedì 24 settembre 2007

Un pensiero a tutti i Birmani.

venerdì 21 settembre 2007

giovedì 20 settembre 2007

Scatti.

Prima immagine di una lunga serie
di scatti giornalieri.
Per raccontare quello che vedo
attraverso le foto.

mercoledì 19 settembre 2007

Limbo

Ho passato gli ultimi anni della mia esistenza in una sorta di limbo.
Il limbo è la mia camera; composta da film, internet, libri, fumetti, musica e quant'altro.
Non sono uno di quelli che si rifiutano di uscire dalla propria casa, anzi.
A me uscire piace, sempre che ci sia qualcosa di veramente interessante da fare o da vedere.
Domenica per esempio, io e mio fratello, siamo usciti dal limbo, inaspettatamente, forse perchè tediati dal troppo relax.
Abbiamo passato un'oretta a girovagare nelle vie di un immenso centro commerciale. Poi siamo ritornati nel limbo.
Mi rendo conto che la routine del giorno toglie spazio a cose più importanti. Magari semplicemente fare una passeggiata in montagna o al mare.
La sera, dopo una giornata di lavoro o di studio, difficilmente si decide di andare fuori, soprattutto per chi vive in città e il giorno dopo deve rifare le stesse cose di sempre.

Quello che sento ardemente nella mia vita è viaggiare. Si può viaggiare cercando di vivere e lavorare in qualche modo? Penso di sì. Ci spero.
Quello che mi frena è senz'altro la mancanza di soldi, prima di tutto, mentre anche il legame famigliare non è da sottovalutare.

Ho capito una cosa, mai entrare nello sconforto della ripetitività. Il domani me lo creo da solo, con tutte le problematiche in cui andrò in contro. Sono convinto però che un giorno farò quello che sento, non per capriccio, ma per passione.

Nel frattempo vivo nel limbo, continuando la mia crescita.

N.b. Non dovrei sottovalutare neanche l'imprevidibilità della vita, l'ho visto giusto questo mese, con la morte di Luca.

martedì 18 settembre 2007

Libertà

La libertà è espressione.
La libertà non è poter dire...
La libertà è intelligenza.
La libertà non si consegue con la violenza.

venerdì 14 settembre 2007

Lacrime.


Sgorga una lacrima dal tuo viso,
appari bellissima.
Occhi che brillano, testimoni di
un sentimento ardente.
Intorno a te il vuoto,
di fianco a te amicizia e
compassione.

Lacrime che cadono a terra,
gocce di virtù.
Saprai esser forte?